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C.I.A. - C.I.A. -centro di informazione antagonista-
martedì 08 settembre 2009
 

Cosa succede all’ASK, cosa succede a Palermo.

Chiunque può tagliare una catena o sfondare una finestra, ma solo un infame

può occupare un posto occupato.


 
 Prima, una azione di sgombero in piena regola: un gruppo di persone, tra le quali molte mai viste, alla fine di un pomeriggio di attività per il quartiere impedisce agli occupanti di chiudere il giardino spingendo con violenza chi sta chiudendo, cominciando ad inveire sul come è stato gestito il posto, sottraendo la catena che chiude il cancello e invadendo il giardino per fare una festa che sancisca l'avvenuta ri-occupazione dello spazio.
Segue, quindi, il rientro e la ripresa delle consuete attività dell'Ask191 da parte degli occupanti e la richiesta da parte del gruppo che ha eseguito la ri-occupazione di una assemblea pubblica sul futuro dell'Ask191. La richiesta viene accettata dalla assemblea di gestione dell'Ask191 al completo al fine di chiarire che una richiesta di dialogo non può avvenire su queste basi, si rimanda quindi a successivi momenti di riflessione e discussione la possibilità di ritrovarsi a parlare di un futuro dell'Ask191 condiviso.
 Dopo di ciò, una seconda azione infame: lo sfondamento di una finestra, il cambio dei catenacci e delle serrature, l'organizzazione di una seconda festa per finanziare la nuova occupazione.
A questo punto, diviene chiaro ed inequivocabile che è concluso il tempo del dialogo e che bisogna scegliere se rispondere ad atti violenti e di sopraffazione con atti dello stesso livello, o decidere di rispettare un principio superiore: che la guerra tra i poveri non ci interessa e non ci appartiene; e che noi mai faremo il gioco dei potenti (Stato o potere economico che sia) avallando la politica del divide et impera che ci distrae dai nostri veri obiettivi.
Di qui la scelta di considerare l'esperienza dell'Ask191 di questi 4 anni come conclusa, tradita, e di guardare oltre. L'Ask191 non può più esistere perché si è dissolto dentro lotte intestine e nell'incapacità di cambiare e crescere.
 Ed è proprio per questa conclusione che riteniamo opportuno spiegare un po' di cose legate alla storia e alle scelte fatte da chi ha gestito l'Ask191 che finora non ci era sembrato necessario chiarire.
 
 Qualche volta ci è capitato di incontrare compagni/e che, chiedendoci come fosse articolata la vita dell'Ask191 e sentendosi rispondere con un elenco che comprendeva il barattolo (il mercato bio-equo-solidale), lo spazio teatrale, la ciclo-officina, la palestra, la sala prove e così via, ammiccavano con un sorriso complice che stava ad indicare: «ma io lo so che tutto questo serve come paravento culturale per potere giustificare il centro sociale in città. ...E allora che fate ad Ask? A quale area fate riferimento?». Ecco, era proprio contro atteggiamenti di questo tipo che l'Ask191 voleva offrire una controrisposta. Non contro la politica, ma contro il tritacarne del politicismo che è disposto ad inglobare tutto pur di autoriprodursi. Ed in questi due anni dalla crisi post-bomba abbiamo creduto che, attraverso una gestione orizzontale e diversa dell'Ask191, si  potesse contaminare positivamente il movimento tutto, che certo non viveva e non vive una fase particolarmente esaltante, continuando piuttosto ad accusare riflussi di ogni sorta. Si trattava di una sfida che, in positivo, l'Ask191 lanciava al movimento affinché esso praticasse un antagonismo integrale, declinando il politico con la vastità che gli si deve, ovverosia intendendo pezzi importanti della vita quotidiana come attraversati microfisicamente da un biopotere che toccava a noi disaggregare con controproposte altrettanto molecolari, altrettanto microfisiche. Non che l’esperienza del dissenso manifestata pubblicamente nelle piazze avesse per noi perso senso (altrimenti non saremmo stati a Siracusa e non ci saremmo ubriacati di Onda), tuttavia vi erano territori in cui il nemico andava affrontato con altri mezzi, terreni in cui la produzione di un senso alternativo non passava per lo slogan o il sound-system.
Il problema è che ciò che è accaduto in questi mesi, soprattutto negli ultimi, ci ha tristemente costretto a ricrederci su almeno un punto della nostra analisi, quello che riguarda la capacità di questo movimento, per lo meno di questa città, di lasciarsi contaminare dal virus che aveva contaminato l'Ask191. Ciò non è stato possibile; e la profonda autoreferenzialità movimentista ha deciso di controrispondere alle intenzioni virali dell'Ask191 con un vaccino potentissimo: l’appello alle armi nel nome dell’identità e del rifiuto di ogni cosa si ponga come diverso. Che le strategie del potere siano spesso tutte identiche, sia nei piani alti che in quelli bassi, ebbene ciò una parte del movimento palermitano ce lo ha insegnato benissimo. E parliamo di quella parte del movimento antagonista che "sta sulla strada" alla ricerca del soggetto sociale per il cui conto urlare e fare dichiarazioni più o meno bellicose, che insegue le emergenze di questa Palermo così povera - in tutti i sensi possibili -, che fa Politica e non è permeabile praticamente da nulla. Esso non può essere attraversato da cambiamenti e "movimenti" che non siano generati da se stesso, non può essere arricchito, anzi si chiude a riccio, pronto a riaprire all’esterno solo per succhiarne strumentalmente il meglio, per trattare le musiche underground come occasioni di autofinanziamento, il teatro come ombrello a legittimarsi presso la sinistra buona, le tematiche ambientali per aggregare qualche freakettone cui far aggiustare i cessi del centro sociale.
Questo il presente, sono finiti i tempi delle occupazioni ex-novo, ormai siamo arrivati al cannibalismo. Troppo più comodo occupare un posto già occupato, già pronto e confezionato, costruito col sudore di chi crede nel fare più che nel parlare.
Ma andiamo con ordine:
L'Ask191 è occupato alla fine del 2004 da un gruppo che dal punto di vista identitario si presenta poco equivocabile, il che fisiologicamente comporta un certo grado di autoreferenzialità, prevedibile ma egualmente rattristante. È comunque superfluo narrare, qui, dei primi tempi: i problemi con un quartiere molto strano (alto-borghese nella zona Strasburgo, popolare nel settore S. Lorenzo-Resuttana), le lotte e le manifestazioni, i tanto immancabili quanto inutili “scazzi” con altri settori di movimento. Alti e bassi, insomma, che tuttavia rilasciano in ultima istanza un senso di crisi che è crisi di un modello. Sennonché nel 2007 una bomba distrugge il lavoro di due anni (devastando l’ala dello stabile effettivamente usata) e costringe ad un ripensamento profondo e complessivo. Sorge l’ipotesi di riaprire lo spazio solo a patto di modificarne nella sostanza le procedure di partecipazione e aggregazione. Si fa viva la consapevolezza dell’impossibilità, ed in fondo anche della futilità, di gestire un posto enorme, qual è l'Ask191, a mezzo di un collettivo politico identitario che sospetta di linguaggi che per forza di cose ignora, che è titubante ad accogliere esperienze non immediatamente rubricabili come “Politiche”.
Appare vitale rompere la dinamica volantinaggio-festa di autofinanziamento-corteo(con o senza sound-system, a Roma o a Palermo, nello spezzone del sindacalismo di base o in quello della disobbedienza civile)-aggregazione-volantinaggio.
Viene coniata l’espressione: “L'Ask191 è un posto attraversato da progetti” e si sceglie di ripensare l'Ask191 come un posto che vive del contributo di svariati soggetti che vogliono convivere nel rispetto reciproco portando avanti, ciascuno, uno specifico progetto capace di incidere sulla sua vita, su quella dello spazio, su quella della città.
Si trattava di smettere di vedere il posto quale sede di un collettivo attorno alle cui esigenze girano, posizionate sempre un gradino al di sotto, tutta una serie di attività collaterali (dal teatro alla musica) in ultima istanza funzionali al potenziamento (simbolico o monetario) dell’esistenza del collettivo stesso.
Si trattava altresì di riconsiderare le attività collaterali di cui sopra come valori in sé perché foriere di socialità e produttrici di un senso quasi spontaneamente alternativo al non senso del capitale e della società fondata su di esso.
Ed effettivamente non sono state parole retoriche, queste, ma percorsi che concretamente da allora sono nati e che hanno investito i protagonisti in modo molto forte e diretto.
Naturalmente, però, non è tutto oro quel che luccica. Anche allora non mancarono le incomprensioni con un pezzo di città e di movimento, i propositi di apertura si scontrarono con alcune impossibilità di fatto, l’afflusso di numerosi soggetti attivi nel centro che eccedettero ampiamente l’originario nucleo gestionale in qualche occasione spiazzò le consuetudini, in particolare quelle assembleari. Un nucleo abituato alla meccanica assembleare (con tutti i pregi della democrazia non maggioritaria ed i difetti di politicismo tattico estremo…) si trovò a dovere orizzontalmente discutere con chi s’era da sempre sottratto per scetticismo o per noia alle pratiche tradizionali del “politico”.
Alcuni apparirono politicanti, altri freakettoni, appunto.
È una dialettica in fondo normale, oltre che banale, che si rompe tuttavia nel momento in cui la rinuncia ad un’identità forte comincia ad alcuni ad apparire un prezzo troppo alto da pagare nella misura in cui essa viene identificata con un vuoto di politica e con un tuffo nell’indifferenziato magma di un attivismo “socio-culturale”. Ebbene, in questo percorso difficile di ridefinizione radicale, che qualcuno ha erroneamente visto come ruffiano e strumentale a risollevare le sorti di un posto abbrustolito da nemici sconosciuti attraverso una fraudolenta campagna acquisti, non tutti i vecchi compagni di strada sono alla fine riusciti a ritagliarsi uno spazio.
È probabile che non fossero in grado di tollerare la debolezza identitaria, che fossero restii a lasciare che i differenti progetti si muovessero in una relativa autonomia; che, cioè, non riuscissero a declinare sino in fondo lo slogan “L'Ask191 è un posto attraversato da progetti”; che non riconoscessero alla partecipazione dei differenti protagonisti dei differenti progetti pari dignità rispetto alla partecipazione dei tradizionali militanti politici. Questi montanti segnali di insofferenza sono infine sfociati in un primo sfoltimento della pattuglia di quello che scherzosamente qualcuno aveva definito new Ask. Ma non si è certo trattato di un passaggio indolore, tutt’altro. Esso ha comportato che un’infinità di energie fossero sciaguratamente convogliate in una guerra intestina che si sarebbe potuta risolvere con un po’ di buon senso, con un bel po’ di rispetto in più, con un tentativo di restare coerenti con i principi di apertura che avevano comportato, nel periodo immediatamente successivo allo scoppio della famigerata bomba, un incremento notevole degli attivisti-simpatizzanti-abitanti-frequentatori e quant’altro dello spazio. Che per mesi non ci si riuscisse a mettere d’accordo su cosa era “politica” e su cosa, invece, non lo fosse, su quali fossero le priorità assolute di fronte alle quali la vita intera del posto si sarebbe dovuta fermare, su quali fossero gli altri soggetti della città con cui discutere o con cui non discutere affatto, ciò non ha di sicuro reso salubre il clima dell'Ask191. E dunque  come conseguenza quasi naturale molti si sono allontanati (se ne sono lavati le mani) altri sono arrivati fino alla provocazione e allo scontro diretto, e altri fino ad una cosa che è stata definita “espulsione”, e di fronte alla quale abbiamo sorprendentemente visto montare l’indignazione morale del movimento. Dall’oggi al domani, autonomi, comunisti, filosovietici, disobbedienti, marxisti-leninisti e quant’altro erano diventati dei gandhiani incalliti, dei cultori della procedura democratica e dell’agire comunicativo. Un movimento che aveva fatto a pezzi i suoi figli, che s’era diviso in mille rivoli, che aveva visto “espulsioni” di singoli e collettivi dai differenti centri sociali, d’un tratto si improvvisava come una specie di ONU pronta a commettere le peggiori nefandezze in nome dei diritti umani. Un mega-parlatoio composto da opinion leader che si sono autoeletti tali (un po’ come i nostri parlamentari) adesso non poteva non occuparsi delle sorti dell'Ask191, ed il collettivo di gestione diventava come un Saddham o un Milosevic di turno.
Perché dunque quando si è trattato dell’Ask191 si è subito gridato allo scandalo?
Forse perché quei settori del movimento improvvisatisi difensori dei diritti umani odiavano ciò in cui non riuscivano a rispecchiarsi; forse perché la sinistra extraparlamentare dovrà passare ancora cento anni in purgatorio prima di comprendere l’inutilità di dilaniarsi in lotte intestine che hanno lo scopo di dimostrare chi fa più e meglio Politica; forse perché non si è ancora pronti a partire da sé e dalle proprie problematiche sociali ed esistenziali e si ha bisogno di ritrovare il soggetto sociale dall’esterno, non per accelerare la sua emancipazione ma per diventarne portavoci. Ma vi è dell’altro: abbiamo appreso che la "biodiversità" non è una realtà in questo movimento, solo le "monoculture"  rendono, e il resto non può semplicemente esistere, bisogna sradicarlo. E non importa se le strategie di lotta messe in atto nel passato hanno fallito, se nel frattempo il mondo intorno è cambiato e continua a modificarsi inesorabilmente.

Questo è quel che è stato Ask191 occupato; tutto quel movimento che oggi cerca di appropriarsi della storia e del nome Ask191 puzza di cadavere più che di nuovo.

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